Ho appena finito di divorare il tuo libro. Sono profondamente scossa. Poche volte mi è successo di lasciarmi travolgere nel turbinio dei personaggi. Questi personaggi che nascono palesemente da un “delirio poetico”, da una “follia” capace di liberare l’animo di chi scrive e di irretire l’animo di chi legge. Mi sembra che coraggiosamente tu sia uscito “fuori da te stesso” per creare questa forza poetica capace di spingere il lettore allo stesso coraggio di riviverla.
Ti abbraccio forte.
Rosalba Lo Bianco, Università di Palermo
Che nel sangue di Nicola Lo Bianco scorresse poesia e teatro è innegabile e lo si evince quanto mai da questi scritti, in cui c’è come il fondale di un teatro rappresentato da Palermo e i suoi vicoli, una Palermo sanguigna drammatica contraddittoria, a volte violenta a volte rassegnata e dolente. Da questo fondale, da questa città-utero man mano i personaggi cominciano ad uscire e ad arrivare sul palcoscenico della pagina, assolutamente realistici, veri nella loro carne e nelle loro parole, appunto carne e parola ossia gli elementi costitutivi di un attore teatrale.
Ma accade ogni tanto nella vita che qualcuno ti sogni e ti regali una possibilità, allo stesso modo Nicola Lo Bianco usando la corda della poesia strappa per un attimo i suoi personaggi a quelle viscere di morte che prima li ha generati per poi inghiottirli e dona loro una scintilla di vita, un pezzetto di cielo in una città al tramonto.
Prof/ssa Carmen Cera
” In città al tramonto” di Nicola Lo Bianco: una prosa che diviene poesia e viceversa con l’ immediatezza comunicativa della prima e la sintesi fulmineamente evocativa della seconda. Attraverso tale scelta formale l’autore fa coesistere ciò che tradizionalmente si esclude e concilia l’inconciliabile. Ma l’ibrido non è categoria del post moderno? Nel testo vivono personaggi “improbabili” , nella misura in cui essi paiono tutto l’opposto di ciò che dovrebbero essere, almeno nella tradizione letteraria. La ” follia” di Cristoforo o di Agostino delinea un’umanità vera e sofferta, pensosa e ingenua che recupera una sanità mentale da contraltare all'”analfabetismo emotivo” , pericolosa componente della nostra epoca: dunque nel testo, come spesso nella vita, la presupposta follia, la capacità di guardare al mondo ” fuori di chiave”, reale punto di vista dell’autore, divengono sorgente di autentica saggezza e di sofferta umanità. Un grazie al mio sindaco, Francesco Giunta, per la sensibilità e l’attenzione al “bello”. Un abbraccio a Nicola, mio professore per sempre.
Prof/ssa Loredana Bellavia
Ho letto quello che mi hai dato del tuo Cristofalo, il primo dei racconti di In città al tramonto. Me ne avevi parlato tempo fa, ma leggerne direttamente mi ha dato emozione. Mi piacciono questi tuoi personaggi allucinati, ingenui, ai quali dai voce e ascolto, con la tua profonda sensibilità del poeta che sei. Personaggi emarginati, innocenti, di grande umanità. Mi ricordano il film Miracolo a Milano. Loro salverebbero il mondo, ma chi li ascolta?
Nicola Amoruso, , poeta nicosiano.
Caro Nicola,
il tuo racconto è entusiasmante: per intensità emotiva, per un certo grado di perenne epifania ma, soprattutto, per il linguaggio.
Non ricordavo la dicitura “attendo il tuo parere per pubblicarlo”, così ho risposto secondo abitudine tardivamente. Sbrigo sempre la posta elettronica una volta al mese: è forse una cattiva abitudine, che però mi salva dal sentirmi vincolato allo schermo.
Rimedio dicendo che la tua raccolta di racconti, pubblicata, farà rumore. Leggiucchio qua e là i contemporanei, che hanno linguaggio appiattito. Il tuo, è un’altra cosa.
Quando pubblicherai, prometto una recensione su “Pomezia”.
Rossano Onano, poeta
IN CITTA’ AL TRAMONTO
DI NICOLA LO BIANCO
Una metafora della città
L’opera di Nicola Lo Bianco “In città al tramonto”(Bastogilibri) è un condensato di storie, immagini, visioni che connotano una città, Palermo, raccontata da personaggi che, pur essendo ai margini della società, sono ricchi di liricità ed umanità. Rappresenta una vera novità letteraria in quanto è una scrittura di notevole energia e vitalità in cui risalta soprattutto l’umanità dei personaggi. Il Nostro poeta, come da cantastorie popolare, ci regala un gioiello di sette racconti di prosa poetica i cui protagonisti, in parte folli e visionari, diventano man mano emblemi di una condizione tragicomica della vita, riuscendo a trasmettere, nonostante i loro drammi e le contraddizioni, valori di giustizia, fedeltà, libertà. Tuttavia, la modernità della narrazione di Nicola Lo Bianco consiste non solo nell’energica espressività della prosa poetica, ma soprattutto nel linguaggio e nello stile di vivace coralità. Spesso la mancanza di punteggiatura e di cesure presente in alcuni testi sembra riecheggiare lo stile dei poeti del Primo Novecento, mentre i dialoghi dei vari personaggi, vivificati da una commistione di lingua e dialetto, fanno pensare allo sperimentalismo linguistico dei grandi scrittori delle Neoavanguardie, ne è un esempio la sezione “Cristofalo”, in cui si parla della figura di questo presunto “folle”, il quale, dopo avere ucciso gli assassini di suo nonno, conduce una vita ai margini della società, una specie di cosciente clochard quasi a espiazione della sua colpa.
Un altro esempio è il monologo un po’ strampalato e surreale, capace però di inquietanti visioni apocalittiche, del commovente personaggio di Isidoro: un lucido, diciamo così, malato di mente e recluso in manicomio. << Io malatu sugnu? ‘Un sugnu malatu. Dici ca sono malato. Non/sono malato, sono fatto di cristallo fino./Toccami. Mi tocco e mi rompo, ma non sono malato . . ./è ca m’insonnu tanti testi appizzati/ […].
Insomma, le radici di Nicola Lo Bianco, quelle che il poeta Crescenzio Cane ebbe a definire “sicilitudine”, in questi racconti emergono nello stile colloquiale che aderisce al parlato e nel linguaggio misto di lingua e dialetto proprio delle plebi del sud, di ascendenza verghiana, ma qui trasposto in area metropolitana, nella precarietà della condizione dei diseredati, degli esclusi. Difatti, molte espressioni colorite quali “vecchiu arripuddrutu”, “quattru ossa ncatinati”, “coppola di minchia”, connotano in senso caricaturale certe situazioni, ma non mancano di afflato lirico.
Il Nostro autore sembra però volerci trasmettere un messaggio di matrice quasi dostovjeskiana: la bellezza che salverà il mondo si trova negli ultimi, nelle creature del dolore e della sofferenza.
Prof/ssa Giusi Bosco
ROSSO FUOCO COME UN TRAMONTO PALERMITANO. Per una recensione del libro di Nicola Lo Bianco “In città al tramonto”
di Piero Carbone
In Città al Tramonto, è tragedia carnale di popolo. Nicola Lo Bianco la sa bene rappresentare per assidua propensione teatrale della sua scrittura.
Uno stile di linguaggio e di sentire che si è venuto confermando nel tempo.
Stile, sì, ma non come giuoco di parole bensì come etica della fantasia che esprime una certa idea dell’umanità. “Alla fin fine, signora mia, il marito carne di contratto è, / e si piange a merito” (“Cristofalo” XV).
Ma è prosa o poesia?
Poesia e prosa. E’ l’una e l’altra, o, forse, né l’una né l’altra se l’una o l’altra la si vuol riconoscere formalmente con omogenità e lungo tutto un libro col metro della prosodia classica, eppure, il libro è compatto, compattissimo, perché la poesia è dentro o meglio: c’è un ritmo di lingua e di fantasia che, rompendo la tradizionale attesa della prosa come prosa e della poesia come poesia, riga dopo riga, a prescindere dal numero delle sillabe e degli accenti e delle rime, insomma, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, emergono proprio loro, i personaggi, e che personaggi: reietti perdenti da galera sconosciuti che sentono a loro modo la vita e la contano, la cantano e si raccontano, hanno le loro pene, i loro sogni, la loro filosofia, lontani dalla morale corrente o borghese che dir si voglia.Lo Bianco amorevolmente li ascolta, li interiorizza, li rappresenta, dà loro voce e ribalta, assecondando l’assunto di un altro scrittore atipico, amicissimo, affine nella poetica, Salvo Licata, secondo cui “il mondo è degli sconosciuti”. Assonanze di poetica, e considerato il valore dato alla parola, quasi una militanza, corroborata da amichevole frequentazione. Assonanze, frequentazioni, dunque, scaturite, direi generate, da una certa idea della parola cercata nelle strade secondarie, nei quartieri malmessi, nei mercati popolari della città, a spremerne suoni, significati, giri sintattici, fallimenti, tragedie, degrado, non per compiacersene ma per andare alle radici sociali dei vinti, dei perdenti ovvero vittime perlopiù inconsapevoli di una generale ingiustizia, degli infelici che, però, promanano a loro modo, con autenticità, viscerale attaccamento alla vita tra fatti di sangue, povertà, devozionismo forse senza devozione, sboccato sentire, piaceri della carne perfino moralismo sui generis e intuitiva filosofia della vita.
Prosa, poesia, teatro? Questione superata dall’empito dell’autore che, tra reattività morale e compartecipazione con lo stesso mondo rappresentato, tracima i consueti steccati linguistici, formali e semantici, per dar voce a chi voce non ha o non conta anche se grida; oscillante tra sogno e ansia di giustizia o felicità: sogni, ansia di giustizia, desiderio di felicità, nei casi particolari o nella loro universalità, non seguono grammatiche e casellari, in nessuna lingua.
PIERO CARBONE, scrittore
Ho letto il tuo libro. Molto molto bello. Complimenti.
È superfluo dire che il mio episodio preferito è “Il grande amore perduto”. Mi piace pensare che la scelta dei nomi non sia stata casuale. È romantico, ma non smielato.
La storia di Agostino mi ha sconvolto, perché mi sono immedesimata in questo uomo che insieme al lavoro crede di aver perso identità e la dignità. Ma non è così.
La guerra di Fifi’ e Maro’ è al contempo esilarante e tristissima, perché purtroppo rispecchia la vita di molte coppie.
Mai avrei pensato di commuovermi leggendo la storia di un pentito. Sei riuscito ad esprimere la sua parte più bella.
E che dire di Mustafa’!? Un uomo costretto a vivere lontano dalla sua terra. Mi hai fatto vivere la sua nostalgia.
Certo il mio non è un parere tecnico, non so se si dice così, ma viene dal cuore. Grazie, è stata una lettura emozionante.
SILVANA LO CASTRO
lettrice in bozza



Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.