TEATRO SELINUS Castelvetrano
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Due siciliani a Greenwich Village,Ν.Υ.D |
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| Due lingue lar ine vanno per ‘ Du gal Street ed hanno occhi siciliani.Vocali aperte si curvano nel terso azzurro del cielo fluttuano nell’oro e nell’argento.Il beami! barbuto si ama
quando dine “I miei capelli sono lunghi ma io sono io Ohi la pietra della città è pesante nei canyons dove le .finestre fiammeggiano come, an ime di vetro. Dolori ribelli e barbe abbracciano il vento e fremono contro l’unità commerciale che pensa e agisce per noi. La candela sfrigola occhi piangono chitarre tormentano l’aria di cera mentre i suburbi scorrono attraverso la porta e il cantante balbetta. Dosa si vuole : paradiso o inferno da caffè schifosi e falsi flamenco lamenti di nero e r®sso attraverso l’apparato nasale? Un filo d’aria sconvolge palloncini colorati di sogni quando le ragazze-bene fanno capolino chiedendosi quali perle spargeranno per penetrare la notte insanguinata. Orecchie latine bevono nel flusso di melodia del villaggio i geroglifici rapidamente congelati sull’osso sanguinante. Noi versiamo lacrime di pazzia fuggendo nelle strade bagnate come pesanti gocce di pioggia ci disperdiamo nella notte. |

Un americano a Trapani |
| Canto nella Sicilia lontana da americano,ben clic perso in un turbine di eventi vedo umidi selciati rilucenti,ancora, al lume dei lampioni a .li- angoli, gli angoli sterminaci di New York, e odo il sincopato jazz di lersixwin die mi pulsa alle orecchie.
Tur co parco di me : la La..ruta in levare, il pasco avanti a dolci a ; .ordì. Tutto che . o a bj an do nato per dei com, osicori folli, buoni a battere politici tam-tam al suono della guerra, colpi che s’avventarono su me che mi seossero eh e m i t ramo r t i r ο η o , mi fecero fuggire come cane scudisciato via trascinando i miei sogni segreti; giacere non si poteva piu ascoltare altro se non quei grandi urrà di guerra. Ma orsù l II ritmo veloce dei tram scorre col pomeriggio, con gli autubus che voltano ai crocicchi della grande città. Ξ questo ancora vive entro di me come un’eco gigante che nei gerghi di Brooklyn si dirama, nei variegati accenti della più grande folla conosciuta. Tutto ciò mi ricorda che sono americano.
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