1. — Ti rendo testimo­nianza del mio massimo ap­prezzamento della tua capa­cità di poeta sincero, reali­sta; sei fortemente poeta. La tua ispirazione nasce da una esaltazione della realtà, da una intuizione della verità reale nascosta nelle cose.

 

LICIA LIOTTA II PARTE

 

  1. — Mi inserisco nel­l’intervista, così sapiente-

mente condotta da Licia Liotta, per aggiungere qual­che tassello alla conoscenza di questo interessantissimo personaggio che è Nat Scammacca. Le chiedo: il ti­tolo del suo libro “Sikano l’Amerikano” nasce dall’affermazione delle due radici della sua esistenza?

  1. — Effettivamente “Si­kano l’Amerikano” è una ri­cerca delle mie radici. I miei genitori sono siciliani; nella prima parte del libro, io fac­cio un viaggio in America, ne­gli Stati Uniti, nel corso del quale visito molti poeti e scrit­tori e vivo con loro. Alcuni di essi sperimentano tipi di fat­torie autosufficienti, altri sono “poeti della strada”, co­me Jack Hirschman. Vivo con loro per capire se la mia scelta di considerarmi più sicano che americano è giusta.
  2. — Quindi è stato un viaggio alla scoperta delle sue radici; e la scelta è stata felice, non solo per lei, ma per tutti noi. Adesso vorrei che parlassimo di una sua ipotesi affascinante sull’au­tore dell’Odissea, ipotesi che alle donne piace molto. Che cosa l’ha spinto a ipotiz­zare che l’autore dell’Odis­sea sia Nausicaa?
  3. — Devo precisare che Samuel Butler è stato il primo a osservare che l’autore/ autrice dell’Odissea mostra un interessante molto pro­fondo per gli aspetti femmi­nili della vita, quali la casa, la famiglia, il rifiuto della volgarità dell’uomo. Poi si nota che c’è un interesse per le

eroine: Circe, Calipso, Pene­lope. A Penelope piaceva avere tanti corteggiatori, che la sera mandava via, ma a cui ogni giorno riapriva le porte della sua casa. Solo una donna poteva difendere Pene­lope come onesta; un uomo, specie di quei tempi, difficilmente lo avrebbe fatto… In­fatti Stesicoro di Himera (Si­cilia Occidentale) ha condan­nato Elena, e fu accecato da­gli dei per punizione.

  1. — Sulla sua tesi dell’i­dentità femminile dell’au­tore del poema, ha altri ele­menti?
  2. — Sì, le analogie con altri miti della nostra zona; per esempio, quando Bute, (il Bebrico-Argonauta) padre di Erice, si trova a passare vi­cino a Lilibeo e sente il canto della Sibilla Cumana, si butta in mare e, naufrago, viene accolto da una princi­pessa, Licasta, figlia del re si­cano della zona. Poi, inna­morati, vanno ad Erice e si sposano: da questa unione nasce il re della montagna, che prima si chiamava Monte Alto (Hiperea) (vedi Xanto da Lipara) e dopo prese il nome di Erice. Anche Nausicaa era sulla riva del mare e accolse Ulisse, naufrago, caduto in mare per volontà di un dio, Poseidone.

Altra somiglianza: Mozia avverte Eracle che è stato Erice a rubare il suo be­stiame, e Erice viene ucciso per punizione. Nell’Odissea, Lampezia, figlia del dio Sole, avverte il padre Intorno alla trilogia poetica di Nat Scammacca, Ericepeo che gli uomini di Ulisse hanno rubato i suoi buoi, ed essi vengono puniti con la morte. È da ricordare che Levanzo anticamente si chiamava Bucchina, “isola del bestiame”.

  1. — Questa sua rivisita­zione del mito è un tassello in più al mosaico che anche io sto cercando di ricom­porre sulle presenze femmi­nili nella storia della Sicilia. Secondo me la Sicilia è un’i­sola al femminile. Lei che ne pensa?
  2. — Penso che il matriar­cato era originario della Sici­lia. La Sicilia faceva parte di quella cultura mediterranea dove la donna primeggiava sull’uomo anche ne! campo della religione. Quando gli Indoeuropei giunsero nel ba­cino mediterraneo portarono con sé la venerazione degli dei e distrussero molti templi di divinità femminili, ma non tutti.
  3. — Enna, al sicuro da­gli influssi esterni per la sua posizione, ha infatti mante­nuto il culto della Dea Ma­dre. A conforto di quanto lei ha detto fino ad ora, c’è una osservazione interessante: che mentre nelle altre isole greche (a Creta, per esem­pio) alla Dea Madre fu asso­ciato un dio, nel cuore della Sicilia essa rimane sola.
  4. — C’è un motivo: quando vigeva il matriarcato, si rompevano le braccia e le gambe dei figli maschi, perché non avessero la forza di ribel­larsi. Infatti i siciliani hanno le gambe arcuate…
  5. — Abbiamo parlato anche troppo di donne. Penso che potremmo chiu­dere questa intervista con un messaggio al maschio si­ciliano, che ancora non vuole abbandonare certi schemi e certi stilemi di vita. Che cosa direbbe lei: se la Sicilia vuole riconquistare il suo ruolo di “madre del Me­diterraneo”, non dovrebbe cambiare le sue connota­zioni sociali?
  6. — Io credo di sì. Prefe­risco una donna mafiosa ad un uomo mafioso.
  7. — La ringraziamo di questa lunga e piacevole in­tervista e della ricchezza di contenuti che ci ha donato.

 

ANNA MARIA INGRIA

 

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