Intorno alla trilogia poetica di Nat Scammacca,
Ericepeo di CESARE SERMENGHI
Sicano dalle molto vite, io ero là, al tempo delle generazioni mitostoriche precedenti agli Etimi che ebbero le loro dinastie imparentate a Venere Ericina nel breve spazio di un colle dal quale si domina il mare;
io, inutilmente arroccato in quel posto per contrastare i furti dei buoi solari ai vari “Tarcòne e Tirséno, lupi fulvi, parenti di sangue degli Eraclìdi”, come ebbe a dire Licofrone di Calcide ne l’“Alessandra” io, Nat Scammacca, cantore di saghe cresciute dalle sinfonie rupestri delle Egadi destinate ai secoli, quando poesia era pure voce graffita sulla pietra in tutte le lingue.
Così mi sono ricordato che Ericepeo, intorno a quel tempo fu latore di due canzoni: Erice e Cepeo, principi eponimi, rispettivamente d’una terra e di un lago, l’uno e l’altro perciò presi a titolo della mia trilogia poetica con un solo nome, che poi altro non è che quello di Eros, poi battezzato dalla dea Notte, Ericepeo, con il quale giacque in una grotta dando alla luce l’Uovo d’Argento primordiale.
Così sicuramente avrà pensato con gesti declamatori Nat Scammacca, passando in rassegna l’epos antico, augurale per i suoi versi, considerando il particolare linguaggio lirico di cui egli è dotato nel parlare della sua terra, la Sicilia. Perché Nat Scammacca, come Fileta di Cos, che cantò le avventure di Odisseo presso la corte di Eolo, potrebbe dire di “avere appreso l’ornamento della parole, e dopo molto lavoro/ di conoscere l’intreccio di ogni mito”.
Una spiegazione così forte convincerebbe, anche perché il nostro poeta pensa che “il presente e il passato sono uno”. Tale ipotesi assume di per sé valore di longomitìa, cioè di spiegazione del mito, “il cui contenuto assoluto fu sviluppato più liberamente nella Grecia antica”, come è a tutti noto e come pure assume
Michail Lifsic (cfr. Mito e poesia, Einaudi, Nuovo Politecnico 106, pag. 53).
Partendo così dall’Uovo d’Argento, riusciamo a spiegarci, attraverso il simbolismo lunare e matriarcale (il cui archetipo da lungo tempo è vivo in Sicilia) il toponimo di Via Argenteria, ove, al km. 4 abita Nat Scammacca. Argento nudo di spazio, nell’antica ruolo di una strada, che per queste memorie remote porta ad Erice, quasi appendice mitologica tra gli aranci e le rose per la villa del Poeta, in una singolare giuntura atemporale tra passato e futuro, necessario equilibrio del pensiero poetico: “Se qualcuno sbirciasse tra i rami di pini/rossi gialli e blu che conosciamo/certamente il benvenuto riceverebbe dalle rose/ chiunque cercasse di noi”.
In virtù delle predette considerazioni, lo studio della poesia di Scammacca, per la parte che dalla costruzione alla descrizione, richiede un movimento di pensiero che ovviamente risente della grande archeologia. I rapporti con tale ascendenza classica si esprimono di conseguenza, non a mezzo della comune tematica contemporanea (spiegabile soprattutto nei contenuti mass-mediali dell’ambiente o mondiali della persona) come ad esempio nella lirica, “questo vecchio sicano” o nell’altra, “Quale Eraclea”, ove egli espressamente si richiama ad una dialettica più esplicita del pensare classico: … “Quale popolo a sfiorare il mare blu? Quale vibrazione? / Un tale si sente Siculo o Cretese? / Cerca e trova l’entrata al tunnel che lo porta/indietro a Selinunte a Eraclea/ Quale Eraclea? A unire presente e passato?”
In questa disamina del passato, che pure è meditazione, si avverte allora quella certa tensione introspettiva del viandante ulisside che sonnecchia in ognuno di noi, guerriero illuminato solo dall’attesa di superare tutte le tappe della vita in vista di una
possibile Itaca: “Noi gli erranti gli emigrati perduti/ costeggiando le spiagge — per fermarsi qualche volta/ per sapere che siamo perduti…”; continuamente incalzati lungo le strade che non sono nostre, quali “radio, televisione, quotidiani, metropoli”,
con tutto il resto che viene dopo, in fatto di normative di vita da parte di un nume contrario.
A questo punto l’atemporalità che risiede nell’inconscio si fa ancora più viva, chiedendosi con la voce del Poeta: “è l’io nel noi?”. Cioè, è possibile che l’individuo si identifichi negli altri e che in conseguenza la soggettiva dell’essere (l’io) si incentri nella collettività (il noi) per annullarvisi? E se così è, per questa metamorfosi psicologica, “noi siamo ancora noi? Siamo ancora dimora invalicabile della coscienza, ovvero esseri cancellati dal posto di prima persona singolare del nostro intimo verbo, per diritto inalienabile? Da tale punto di vista ovviamente trae l’origine l’assunto epico, che porta, dalle profondità del tempo mitico (onirico e irrazionale) a quello razionale del mondo logico, a mezzo di una strada maestra: la sua poesia. Una via di mezzo co- desta ove Diana di Segesta lascia aperta una via (l’“Argenteria”), destinandola, sia, al mito lunare, ma soprattutto alla poesia, con una tappa al km. 4, ove abita come si è detto il Poeta, legando così l’itinerario al proprio antico passaggio, per il nutrimento del pensiero moderno: certamente un fatto di cosmesi ulteriore ad un mondo intellettuale, di per sé già in linea con il bello panoramico, la via “Argenteria” di cui si parta, là dove, a compimento di tale partecipazione, sono pure trascinati nel verso, tono e suono in una sola accumulazione magnetica, come valore
di respiro e di amplificazione straordinaria del contesto epico. Educazione estetica certamente di ampia portata, la cui ragione dottrinale consente all’epos antico di farsi prontamente immagine, o moltiplicazione stupefacente di immagini, per giungere sino a noi mediante i travesti- menti della metafora, di sussidio alla branca rappresentativa del parlare, senza tanti infingimenti truccati o dissimulati dall’artifizio linguistico.
Per quanto riguarda ora la poesia di impegno sociale di Nat Scammacca, certamente bisogna rifarsi ai tempi lunghi di “Antigruppo 73”: impegno, sì, ma soprattutto di natura culturale.
In questo periodo di lunga produzione, ove si incentra maggiormente l’attività intellettuale die Poeta, i mezzi verbali interessano nuovi ornamenti come particolari valori del verso, allorquando egli fa costante uso di quel certo linguaggio scanzonato, populistico direi (il termine ricorre spesso nella qualificazione appellativa della sua parola democratica) che consente alla modernità del suo periodare valore provocatorio di rottura dalle tradizionali aree accomodanti della parola: familiari, a volte, ma stretta- mente connotative di un dire passionale e tormentato, tipico del genere poetico, appartenente all’area americana, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, e quindi, antiborghese, antiaccademico e guastafeste. Quando Scamacca levò la sua voce, fu la nascita di “Antigruppo 73”: un vasto movimento intellettuale del quale tornerò a parlare in seguito.
Leggendo certe liriche appartenenti a tale periodo (bellissima e superbamente canzonatoria è ad esempio quella”, Un Americano cantando mangiando zuppa di pesce e lumache”), il nuovo avvento della parola poetica è quello della vertigine popolare pertinente alla piazza, ove si è in diretta con il lin
guaggio di frontiera della gente, singolare e fecondo, drammaticamente sempre attuale perché immediato, sincero e non artificioso come di solito avviene al logos della poesia contemporanea, per fare colpo e sbalordire: “Una poesia non è rumore/ ma suono/ non è silenzio/ che circonda il suono/ ma è pure questo e/ il suono delle foglie/ e delle orme di una volta. / Puoi sentire Torma solitaria/ sulla spiaggia? / Puoi sentirlo con gli occhi?/ Sì? Quel suono è più del silenzio/ sono le orme che senti in poesia”. Sono questi i versi che da soli potrebbero costituire la parte propedeutica di Nat Scammacca, la sua identità poetica affidata al lettore di pensiero, e non agli sciocchi della fabulazione artificiosamente tormentata nell’incoerenza di chi non sa essere aedo o bardo della propria gente: è di ragguaglio, a tal proposito, la bellissima fotografia del Poeta, colto nell’intelligente atto declamatorio, durante il recital di poesia a Baida, Palermo.
Ma andiamo all’“Antigruppo 73”.
Nato come “cooperativa operatori grafici”, Giuseppe Di Maria editore, pur senza il retroterra di un formale atto costitutivo, ma libero da tale impaccio (presentatori e coordinatori Vincenzo Di Maria e Santo Cali) coagula subito attorno a sé un foltissimo numero di scrittori e poeti aderenti al Sindacato Nazionale Scrittori, pubblicando, sotto il titolo profetico “Antigruppo 73”, due grossi volumi antologici, ricchi di mille e più pagine (formato 30 x 22, carta- paglia, pesante, molto adatta ai caratteri scatola-manifesto e alle offset fotolito in rosso cinabro, blu, nero): una creazione editoriale favolosa, da grande strenna per una filosofia “Anti”, già in nuce dal 1970, ma ufficialmente proclamata il 19 novembre 1972 in sede di Congresso Sindacato Nazionale Scrittori.


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